Quasi a metà ottobre Netflix ha rilasciato una particolare serie TV horror chiamata Hill House. Avevamo già anticipato che le uscite per il mese di ottobre sarebbero state particolarmente spaventose e perfettamente in tema per Halloween, ma questa serie televisiva si è rivelata di tutt’altro livello. Non è solo adatta a chi si nutre di horror, ma è una serie tv consigliata a chiunque per la sua magistrale sceneggiatura ed i suoi intrecci moderni di dramma familiari, traumi e presenze soprannaturali.
Partiamo però con un po’ di informazioni generali: The Haunting of Hill House è una serie tv di 10 episodi liberamente ispirata al romanzo di Shirley Jackson del 1959, L’incubo di Hill House, che precedentemente fu già stato adattato al cinema due volte, riscontrando diversi gradi di successo. La serie Netflix però, potremmo quasi dire essere un prequel, piuttosto che un vero e proprio adattamento diretto dell’opera. Difatti, a differenza del romanzo che vede come protagonista un antropologo determinato a dimostrare l’esistenza del soprannaturale presente nella casa molto tempo dopo essere stata abbandonata, la serie Tv segue le vicende della famiglia Crain che si trasferisce a Hill House nell’estate dei primi anni ’90, nel 1992 per la precisione, con lo scopo di lavorarci per riportarla al suo antico splendore e poi farci soldi rivendendola.
Creata e diretta da Mike Flanagan, sappiamo che questo regista ha il vizio di giocare con la vulnerabilità e la paura umana, e se i suoi debutti su Netflix sono forse stati sottovalutati o ignorati, Hill House ne è una prova certa. Il suo debutto su Netflix è stato il thriller Hush (del 2016), che parlava di un killer mascherato che tenta di irrompere in casa di una donna che ha problemi di udito. La sua successiva opera intitolata Il gioco di Gerald (del 2017), parla invece di una donna il cui marito muore per un infarto subito dopo averla ammanettata a un letto durante i preliminari. Ma, sebbene la premessa di quest’ultimo film lasci a desiderare e possa far pensare ad una “poracciata” erotica, il film si rivela essere tutt’altro. Entrambi i suoi film, infatti, parlano di sopravvivenza e auto-responsabilizzazione, ma ciò che li rende particolari è il modo in cui vengono trasformate le vulnerabilità in punti di forza, costringendo i protagonisti a confrontarsi e utilizzare la propria debolezza personale come punto di svolta e qualcosa a cui aggrapparsi. E, conosciuto Flanagan, non puoi superare i tuoi demoni se prima non li affronti. E questo è anche ciò che accade anche in Hill House.
E mentre i fanatici del genere horror si sono gustati questa serie tv ricca di spaventi e jump scare, Hill House si è rivelata anche essere una serie molto più profonda e più emotivamente devastante di quanto ci si aspettasse. Mike Flanagan esplora infatti abilmente il trauma infantile e i suoi effetti a lungo termine fino all’età adulta, mescolando però le immagini horror più iconiche della storia del cinema e disseminando sullo sfondo numerosissimi fantasmi e demoni che, ad un occhio più distratto, si fanno notare difficilmente.

Hill House si articola infatti in due linee temporali separate, ognuna delle quali si rivela frammentaria nel corso della serie, con la famiglia Crain sempre al centro. Hugh (Henry Thomas) e Olivia (Carla Gugino) sono genitori di cinque figli e tutti si trasferiscono, come già detto, in una vecchia villa chiamata Hill House nell’estate del 1992, con l’intenzione di sistemarla. Ma come rivelato nel primo episodio, una notte succede qualcosa di orribile. Il padre sveglia i bambini e li guida verso l’auto lasciando indietro la madre, senza risposte su cosa sia successo esattamente quella notte.
La morte della donna è accennata, ma l’altra linea temporale – quella ambientata nel presente – trova i bambini ormai cresciuti che cercano di venire a patti con gli eventi accaduti a Hill House quell’estate, imparando che le vecchie ferite non guariscono mai completamente. L’intreccio tra le due linee temporali è eseguito brillantemente da Flanagan con un’atmosfera immersiva e, nonostante le due linee temporali abbiano un’estetica leggermente diversa (il presente ricco di colori freddi, opachi e scuri, il passato ricco di colori più caldi), entrambe si sente che sono parte della stessa storia.
Nella serie Tv abbiamo personaggi tanto complessi quanto diversi tra loro: troviamo Steven (Michiel Huisman), il fratello maggiore, uno scettico scrittore di soprannaturale che ha trasformato la storia della sua famiglia in un libro bestseller (e che ha sempre considerato le visioni soprannaturali una “malattia mentale di famiglia”). Shirley, la secondogenita, (Elizabeth Reaser) è un becchino che usa la sua professione per esercitare una parvenza di controllo sulla morte e le perdite che ha vissuto da bambina. Theodora (Kate Siegel), la figlia di mezzo, è una terapeuta e psicologa che aiuta i bambini, ma è allo stesso modo incapace di formare qualsiasi tipo di connessione personale che vada oltre il superficiale. Vi sono poi i due gemelli più problematici: Luke (Oliver Jackson-Cohen) un tossicodipendente che ha passato tutta la sua vita tormentato dai demoni che lo hanno sconvolto quando abitava a Hill House, e Nell (Victoria Pedretti), che ha ricominciato ad avere visioni della “donna dal collo storto” che la tormentava fin da quando era bambina.
Quando una tragedia familiare riunisce il gruppo – incluso il loro ormai solitario padre (Timothy Hutton, con la controparte più giovane Henry Thomas, che conoscerete come il bambino di ET) – sono costretti a riesaminare il modo in cui si sono chiusi, feriti e traditi gli uni con gli altri nel corso degli anni. Dovranno anche affrontare la questione sempre irrisolta di Hill House: cosa è successo realmente quando erano bambini, di chi era la colpa, e quali demoni continuano a tenerli inevitabilmente legati a quel luogo che ha infestato la loro infanzia.
Ma è davvero solo colpa di Hill House? Sicuramente la casa ha fatto impazzire la madre, che ha deciso di togliersi la vita, ma i comportamenti adulti di questa famiglia non sono dettati solo dall’aver vissuto in una casa maledetta ed infestata, o almeno, non tutti. La casa, per molti versi, è stata solo un mezzo che ha inasprito ulteriormente dei tratti caratteriali che i membri della famiglia avrebbero inevitabilmente mostrato una volta adulti, a prescindere dall’aver vissuta a Hill House.

Nel corso degli episodi, specialmente i primi 4, ogni membro della famiglia Crain ha l’opportunità di raccontare la propria versione della storia dal proprio punto di vista. Vedremo quindi le stesse scene più di una volta, vissute però da una diversa angolazione. Ed è proprio questo uno dei punti di forza della sceneggiatura magistrale ed impeccabile di questa serie televisiva. La vera meraviglia di Hill House sta, infatti, nella sua esecuzione. Fin dall’inizio vengono mossi dei fili che inizialmente sembrano non andare da nessuna parte e non avere senso, o sembrano addirittura troppo ovvi, ma in realtà nascondono complicati strati che rivelano le dinamiche familiari interconnesse, sotto il sempre più crescente terrore della serie.
Ed è così che tutte le storie narrate, sia legate all’arco narrativo principale sia quelle di sfondo dei personaggi, sono tessute insieme, come è stata costruita Hill House: “dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse”.
Flanagan trasmette così profondamente la ferocia con cui il passato ossessiona questa famiglia, intrappolandoli in una rete indistruttibile di dolore, che è come se noi stessi spettatori venissimo trascinati in un oblio, condividendo gli incubi che attanagliano i protagonisti. Un esempio è il magnifico e ineguagliabile sesto episodio intitolato Two Storms, che dimostra la vera capacità come regista di Mike, in cui viene utilizzata una tecnica cinematografica mozzafiato chiamata “piano sequenza”.
Il sesto episodio della stagione è, infatti, realizzato usando solo tre scene di 20 minuti ciascuna senza interruzioni, con il background che veniva man mano modificato dallo staff ogni volta che la telecamera si girava per inquadrare un altro personaggio. Se non ci avete fatto caso dovete per forza riguardare l’episodio una seconda volta, focalizzandovi però sullo sfondo piuttosto che sui personaggi, e noterete come sedie, divani e anche la più piccola delle cose viene in realtà cambiata, tolta o aggiunta ogni volta che la telecamera torna ad inquadrarla.
Se consideriamo che l’episodio si svolge in due ambientazioni molto diverse tra loro, poi, la scelta quasi azzardata di questa tecnica rende però giustizia al racconto e all’ansia costante dello show, riuscendo a raccontarci come le due narrazioni siano in realtà interconnesse tra loro, seppur una rappresenti il passato ed una il presente. La capacità di Flanagan come regista si nota anche in altre diverse occasioni, non solo per un episodio di un’ora girato solamente in piano sequenza, ma anche per la sua capacità di intrecciare passato e presente.
Sempre nell’episodio 6, che doveva essere incentrato sul funerale della sorella e che doveva rappresentare una giornata dedicata a lei, notiamo come la famiglia preferisca rinfacciarsi il passato a vicenda e discutere l’uno con l’altro. E mentre in sottofondo una piccola Nell ci dice che nessuno la sentiva e nessuno la vedeva nonostante gridasse e parlasse, una adulta Nell all’interno della tomba cade a terra interrompendo la feroce discussione in atto, riuscendo finalmente ad attirare l’attenzione della sua famiglia che, solo in quel momento, riesce a “vederla” e darle le attenzioni che nemmeno in quel giorno a lei dedicato le stava dando.

La sceneggiatura è, se non si fosse già capito, fantastica così come la cinematografia. É poesia ricercata, con i protagonisti che esprimono deliberatamente le proprie emozioni spesso sottoforma di monologhi profondi ed intensi. La colonna sonora è perfetta e ogni attore è credibile nel suo ruolo, sia quelli più affermati e professionisti, sia le new entry. E la serie ti dà tutto il tempo di investirti emotivamente nei personaggi ed affezionarti alle loro storie. Non so se sarà così per tutti, ma Hill House non solo è forse il miglior “film” horror dell’anno, ma è anche una delle migliori serie TV del 2018, per lo meno uscite su Netflix.
E invece di inondare la serie di domande senza risposta, Flanagan semina alcuni misteri chiave ma lascia che siano i personaggi a guidare la narrazione. E, quando finalmente arrivano le risposte, esse hanno quasi sempre una tematica al di sotto. Anche gli elementi più terrificanti della serie hanno molti strati sotto la superficie che non sempre si rivelano essere ciò che sembravano all’inizio. É proprio per questo che, sebbene nei primi episodi molte cose possano sembrare incasinate o soprannaturali, alla fine si scopre che in realtà esse erano più reali di quello che immaginavamo. Flanagan, con la sua serie tv, non decide di provare a rispondere a tutti i misteri che presenta al pubblico nel corso dei 10 episodi comunque, lasciando alcune cose un po’ incomplete e dal significato bizzarro. Perché a volte non ci sono risposte facili, né nella vita né in televisione.
Guidati dalla narrazione di Steven, infine, ci viene detto che un fantasma “può essere un sacco di cose: un ricordo, un sogno ad occhi aperti, un segreto. Dolore, rabbia, senso di colpa.” Egli afferma anche che i fantasmi possono addirittura essere qualcosa che noi vogliamo vedere, che possono essere “un desiderio”. E i fantasmi sono reali, sostiene la serie tv, perché noi vogliamo che lo siano. Perché vedere qualcosa di orribile è meglio che non vedere niente. Perché abbiamo tutti dei fantasmi, anche se non sono così vendicativi o macabri come i demoni personali dei Crain; siamo tutti perseguitati da qualcosa, non importa in quale casa siamo cresciuti.
