Ieri notte ho visto questo “Traffik” di Dean Taylor, un nome conosciuto dai suoi genitori e forse da qualche amico. Credo. Questo film parla di una coda di auto sull’autostrada lunga ventisei chilometri e di come un paio di autisti impazziscono e iniziano ad uccidere tutti perché pensavano di aver fatto una partenza intelligente e invece si ritrovano a passare le vacanze sull’asfalto.
Ma non è vero niente, la storia non è questa, però quando ho visto il titolo mi sono fatto un film in testa tutto mio e già immaginavo teste spaccate con il cric e l’ombrellone da mare o il casello preso d’assalto da alcuni autisti diventati zombie per la disperazione. Lo so, sarebbe un film epico ma queste idee purtroppo vengono solo a me. E non parliamo neppure di traffico di coccoina, la colla che ai tempi della scuola media andava alla grande e che era un piacere sniffare perché aveva un odore capace di far sognare.

No, in questo caso parliamo di traffico di donne, una piaga purtroppo molto diffusa in america tanto che il film si apre con una scritta sinistra anche se perfettamente al centro:”Tratto da una storia vera”. Quando leggo una cosa simile, inizio sempre la visione con la sicurezza che il 90% delle cose che vedrò saranno sicuramente inventate. Cosa ne sai tu caro Dean di come sono andate le cose? Eri presente? Le hai rapite tu? Forse in questi casi sarebbe il caso di scrivere:”Tratto da un problema reale e questo è quanto”. Altrimenti domani giro un film con protagonista una tipa che ho visto pochi giorni da Mediaworld incazzata contro di una perché colpevole, secondo lei, di averla superata nella fila al reparto elettrodomestici. Poi ci scrivo:”Tratto da una storia vera” e faccio degenerare il tutto in una lotta a colpi di piani cottura e mixer a immersione usati per esplorare il corpo umano. Poca importa che in realtà la tipa sia andata via urlando e maledicendo tutto il negozio mentre io assistevo divertito alla scena nascosto nel reparto aspirapolvere. Una giornata davvero indimenticabile. Ma così per dire.
I protagonisti di questa storia sono Brea, interpretata da una Paula Patton sempre in scena con magliette scollate e tette rimbalzanti, e Red, ovvero Omar Epps, noto per aver fatto parte del cast di “Dr. House”. Senza tette rimbalzanti.
Red è convinto di come Brea sia la donna giusta, quella da sposare insomma, e così decide di portarla in una villa spettacolare sperduta nel nulla assoluto con l’intenzione di farle la proposta. Parliamo di una di quelle ville a vetri dove probabilmente sarebbe impossibile anche fare la cacca senza che nessuno lo sappia. Ma andiamo con ordine.

Prima di arrivare a questa villa, i due si fermano ad una stazione di servizio dove, non solo Brea si ritrova a che fare con una tizia più fatta di una piantagione di papaveri, ma la coppia si ritrova ad avere anche uno spiacevole diverbio con alcuni motociclisti simpatici come una colonscopia, con tanto di inseguimento da parte di uno di loro finito senza conseguenze solo per un’abile manovra in auto da parte di Red. Ora, la lezione del giorno qual è? Se mai vi dovesse capitare di organizzarvi per una vacanza o qualcosa di simile dove la destinazione finale è una casa sperduta in culonia e qualcuno dovesse rompervi le palle poco prima in maniera leggermente sospetta, tornatevene a casa e guardatevi tutte le stagioni di “Will & Grace” con il culo piantato sul divano. Per non parlare del vantaggio di poter fare la cacca senza pensare di avere addosso gli occhi indiscreti di qualche coyote.
Ma siccome qua c’era un film tratto da una storia vera da girare, i nostri innamorati decidono di proseguire come da programma e il film va avanti per 45 minuti con scene mielose, le magliette scollate della Patton, il culo della Patton, abbracci, baci, carezze, carezze, baci e abbracci e ci si spacca lo scroto in settemila parti diverse in maniera abbastanza costante. La storia decolla quando entra in scena un pilota d’aerei. Scusatemi se ogni tanto faccio così, non è colpa mia… sono malato e ho i problemi.
La storia finalmente si evolve come un Digimon quando un’altra coppia di amici arriva alla villa – non sto a spiegarvi perché – e poco dopo Brea trova nella sua borsetta un cellulare satellitare mai visto prima. Dopo essere riusciti a sbloccarlo, i presenti trovano al suo interno alcune foto di ragazze piene di lividi e con uno sguardo allegro tipo mattinata passata all’Inps, e capiscono di essere davanti ad un caso riguardante un traffico di esseri umani. E siccome la nostra Brea tra le altre cose è una giornalista, decide come sia il caso di portare alla luce questo fatto e chi se ne frega di tutto il resto. Ovviamente i proprietari del telefono non se ne stanno a casa di uno di loro a fare un barbecue guardando i volantini di Unieuro in cerca di un nuovo cellulare, ma decidono di fare una visitina di piacere ai nostri protagonisti per chiedere gentilmente indietro il loro telefonino con le foto della gita in Stupralandia. Ma le cose si complicano il giusto per girare un film tratto da una storia vera.

Questo “Traffik” purtroppo non aggiunge niente di nuovo al genere, e tra le altre cose soffre di una prima parte davvero troppo lunga e noiosa. Il regista ha svolto il compitino e gli attori risultano abbastanza convincenti, ma la tensione è quasi del tutto assente, mancano le scene di violenza, manca la voglia di osare e di lasciare il segno. Il risultato finale è un film discreto, sicuramente non da buttare, ma che dopo una visione si dimentica facilmente. Se dovessi consigliarvi un film di questo tipo, molto meglio dedicare il vostro tempo a “Shuttle” (2008) di Edward Anderson. Vi assicuro che il genere è lo stesso e non è la storia di un traffico di astronauti.